Propongo una lettura psicopedagogica e sociale della radicalizzazione politica che, a mio parere, è presente in Europa negli ultimi anni, tentando di dare un valore di analisi a quello che è per me un terreno fertile per l’estremismo, per sostenere l’educazione alla complessità.
Le ideologie politiche estremiste — di destra come di sinistra — non emergono nel vuoto, bensì nascono in contesti di crisi sistemica: economica, identitaria, istituzionale.
È proprio la psicopedagogia a constatare che l’individuo costruisce il proprio sistema di significati in relazione all’ambiente, e quando diventa caotico, imprevedibile o percepito come ingiusto, la mente umana cerca strutture di senso semplificate e rassicuranti, proprio come un bisogno psicologico di base.
Già Erikson parlava di crisi d’identità come motore dello sviluppo, che si verificava in determinati momenti storici, quando intere generazioni o classi sociali vivono una crisi d’identità collettiva, con perdita di ruolo, di appartenenza, di futuro percepibile.
Ecco che l’estremismo offre una risposta potente a tre bisogni fondamentali:
A) Appartenenza (Siamo noi, contro loro) nella dicotomia amico/nemico crea;
B) Spiegazione causale in un nemico identificabile (il capitalismo, gli immigrati, le élite, la borghesia) per semplificare la complessità;
C) Senso di efficacia, dove l’azione militante restituisce agentività a chi si sente impotente.
Questo schema vale simmetricamente per destra e sinistra radicale, con contenuti diversi ma struttura psicologica analoga.
Gli estremismi politici tendono a emergere in fasi precise, quali la crisi economica profonda, caratterizzata da guerre diffuse con incidenza sull’economia, la frammentazione dell’identità collettiva, con le grandi migrazioni, la globalizzazione, le trasformazioni tecnologiche rapide producono quello che Zygmunt Bauman chiamava “liquidità”, la delegittimazione delle istituzioni, quando i partiti tradizionali appaiono corrotti o incapaci e si crea lo spazio per chi promette rottura radicale.
È il momento del “tutti a casa” come grido di fondazione, per la ricerca di un nuovo leader come oggetto di investimento psichico: un leader carismatico estremista che risponda a questa domanda con una precisa grammatica che incarnali il gruppo, nomini il nemico con chiarezza e ripetizione, prometta la restituzione di qualcosa perduto e si presenti come eccezionale, al di sopra delle regole ordinarie.
l’Io del leader sostituisce l’Io ideale dei seguaci: non si tratta di irrazionalità pura, ma di una razionalità emotiva in risposta a condizioni reali di sofferenza.
Ci sono delle differenze strutturali tra destra e sinistra radicale che, pur condividendo la grammatica emotiva, divergono nel contenuto dell’investimento simbolico.
Nella destra radicale il nemico è il diverso, l’esterno, l’élite cosmopolita mentre nella sinistra radicale è il capitalista, la classe dominante, lo Stato borghese.
A destra si punta al recupero di un passato glorioso mentre a sinistra si vede la proiezione verso un futuro giusto.
A destra si analizza una identità organica, etnica, nazionale con un leader guerriero e soldato, che sostenga all’appartenza alla terra, al sangue , alla tradizione, mentre a sinistra una visione di classe, universalista con un leader che sia quasi un profeta di avanguardia rivoluzionaria, ideologico con una missione storica.
Queste differenze riflettoni due diverse modalità di gestire l’angoscia: quella “ritornica” della destra e quella utopica della sinistra.
Propongo il ruolo dela pedagogia per dare una risposta sistemica.
Dal punto di vista psicopedagogico, la domanda centrale non è solo “perché emergono gli estremismi” ma “osa non ha funzionato nei processi di formazione del pensiero critico e dell’appartenenza democratica”.
Il vero antidoto a mio parere è l’educazione alla complessità: quando la scuola e la famiglia insegnano a tollerare l’ambiguità, a pensare in sfumature, a riconoscere l’altro come soggetto, si costruisce resilienza cognitiva contro le narrazioni binarie.
Si sostiene il riconoscimento sociale della sofferenza: le comunità che si sentono invisibili, derise o dimenticate sono terreno fertile. Un’educazione democratica autentica deve includere la capacità di ascoltare anche il disagio che si esprime in forme distorte.
Gli estremismi non sono aberrazioni inspiegabili della storia: sono risposte distorte ma comprensibili a bisogni reali di significato, appartenenza e giustizia.
Una lettura psicopedagogica ci chiede di non fermarci al giudizio morale, pur necessario, ma di comprendere il substrato esperienziale e relazionale che li alimenta, perché è lì che si costruisce anche la prevenzione.
