Ascolto come cura. Una visione pedagogica.

L’ascolto ha una funzione di cura soprattutto nel nostro tempo, in cui il rumore di fondo è sempre più assordante.

Saper ascoltare è un atto quasi controcorrente poiché è scegliere deliberatamente di non occupare spazio per lasciare che l’altro possa prendere il proprio.

Dal punto di vista psicopedagogico questo non è un gesto di rinuncia bensì una delle espressioni più mature della cura: quella che riconosce nell’altro non uno specchio di sé, ma un centro autonomo di esperienza, degno di attenzione incondizionata.

Siamo sempre più immersi in una cultura sempre più orientata all’espressione di sé, ai social media, alla performance identitaria, alla visibilità e l’ascolto rischia di diventare un gesto residuale, uno spazio di attesa in cui si aspetta il proprio turno per parlare.

Dalla mia prospettiva psicopedagogica l”ascolto autentico non è passività ma una delle forme più esigenti e sofisticate di presenza.

L’ascolto empatico non è il registrare le parole dell’altro, ma abitare temporaneamente il suo mondo interiore senza perdersi in esso, in un atto che richiede una sospensione attiva dell’ego, una capacità di mettere tra parentesi le proprie narrazioni per fare spazio a quella altrui.

Ascoltare è un atto relazionale, non comunicativo: quando ascoltiamo davvero non gestiamo informazioni ma testimoniamo un’esistenza.

La prima cura è la qualità della presenza offerta, oltre le trappole dell’ascolto apparente.

Spesso si cade nella trappola dell’ascolto autobiografico: appena l’altro parla, si cercano analogie con la propria esperienza e il racconto dell’altro diventa trampolino verso il proprio, oppure si ascolta per giudicare, per trovare conferme o contraddizioni, per posizionarsi, con impazienza, aspettando il momento per intervenire con soluzioni e si percepisce solo ciò che è coerente con le proprie categorie interpretative, ignorando il resto.

Purtroppo molto spesso riportiamo il centro gravitazionale della relazione su di noi stessi, trascurando di considerare la vera disponibilità all’ascolto, come lavoro interiore, per riconoscere i propri nodi irrisolti, le proprie intolleranze emotive, i propri bisogni di rassicurazione.

La formazione all’ascolto è un lavoro su di sé: ascoltare bene richiede di conoscere le proprie zone di fuga, le emozioni, le storie che attivano in noi meccanismi di difesa e che quindi ci spingono a interrompere, a consolare frettolosamente e magari a cambiare discorso.

Lascia un commento